Descrizione Opera / Biografia
Le teste di bambole inserite all’interno di strutture metalliche, vecchi case di computer, parlano.
Parlano di fusione tra umanità e tecnologia.
Parlano di contrasto tra la morbidezza e l’innocenza delle bambole e la freddezza e la rigidità del metallo.
Parlano di simboli.
Parlano di tensioni tra natura umana e progresso tecnologico.
Sono anche una riflessione sulla mercificazione dell’umano e sulla riproduzione di identità stereotipate. Le bambole, spesso associate all’idea di gioco e all’infanzia, in questo contesto assumono una connotazione più inquietante, ammassate e senza corpi, come se fossero state oggetto di una produzione di massa e poi dismesse.
La voluta assenza di un titolo lascia aperto il campo delle interpretazioni.
È un invito allo spettatore a un confronto diretto e personale con l’opera, forse sollevando questioni sull’individualità nell’era digitale, sulla conservazione dell’essenza umana di fronte all’avanzamento tecnologico, o sul ciclo di vita degli oggetti in una società consumistica.
Nata nel 1970, la mia vita è stato un percorso in strade molto diverse tra loro, e l’arte si è rivelata quale sentiero imprescindibile, pur tra le interruzioni dettate dal destino.
Un bel giorno, l’arte ha preso il sopravvento: si è trasformata in fondamentale veicolo di espressione e condivisione. Nelle opere cerco di porre domande provocatorie e sfidare l’omologazione, cercando di rompere gli schemi convenzionali per celebrare l’unicità. Ogni pezzo è un frammento di me stessa, una narrazione visiva che intende connettere profondamente con chi guarda, invitando a una riflessione sulle scelte che definiscono chi siamo nel mondo.