Descrizione Opera / Biografia
Quest’opera ha richiesto un mese di lavoro ininterrotto e propriamente, è ciò che si potrebbe definire come “Paesaggio della mia anima”, in cui ho cercato di registrare tutto il mio essere ad oggi. Difatti l’opera presenta queste carcasse metalliche, un tempo strumenti di progresso, velocità e controllo, che diventano reliquie post-traumatiche, elementi di un ambiente deformato che riflette una catastrofe tanto fisica quanto psichica. Questo paesaggio è una distesa disseminata di automobili distrutte: cofani schiacciati, vetri frantumati, lamiere contorte. Questo scenario può ricordare un campo di battaglia o una discarica post-industriale, ma anche un paesaggio mentale dopo un’esperienza devastante. Il paesaggio esteriore qui diventa metafora universale di un’umanità il cui territorio interiore è devastato, di menti che hanno subito un trauma, una frattura nella sua continuità narrativa. Il trauma psichico (come evento esistenziale), come l’incidente automobilistico, rappresenta un evento improvviso e violento che interrompe la linearità della vita cosciente. Proprio come un’automobile che si schianta e si deforma, la psiche, a contatto con un evento traumatico, si disorganizza, perde forma, crea discontinuità nella memoria, nell’identità, nel linguaggio. Il termine catastrofe deriva dal greco katastrophḗ (καταστροφή), composto da katá- (“giù, completamente”) e stréphō (“rivolgere, capovolgere”). Il suo significato originario è quindi quello di “rivolgimento, capovolgimento definitivo”. In termini narrativi, la catastrofe era il momento culminante del dramma greco, il rovesciamento finale che portava alla conclusione tragica. Quindi possiamo qui vedere la catastrofe come una capovolgimento narrativo inaspettato. In senso più ampio, la catastrofe implica un’interruzione della continuità — che sia nella storia, nel paesaggio, o nella psiche. Difatti nell’opera, così come nella natura e nell’esistenza umana, gli eventi discontinui (terremoti, incidenti, lutti, guerre, crisi) ci ricordano che la linearità, il controllo e il potere sono illusioni fragili. Il paesaggio fatto di rottami è dunque traccia visibile della discontinuità, una ”mappa dell’imprevisto”. La natura stessa ci offre esempi di catastrofi come forme necessarie di rinnovamento o mutamento: le eruzioni vulcaniche, le alluvioni, i cicli di estinzione e rigenerazione. Analogamente, nella psiche, alcune rotture possono portare a una nuova integrazione, a un ”paesaggio” interno trasformato, ma vitale. Le cose accadono nel mondo e tutti noi dobbiamo accettare la perdita del controllo su tali eventi, nel bene e nel male. Un paesaggio fatto di macchine incidentate è quindi un teatro della catastrofe — un luogo dove l’ordine si è spezzato e dove ogni rottame racconta una storia di discontinuità e caos. In esso si riflette la nostra vulnerabilità e la nostra tendenza al collasso, ma anche la possibilità di leggere nel caos un ordine, una forma; nel disastro una narrazione, una storia; che nient’altro è che la storia perenne e perpetua di tutti noi.