Artwork description / Biography
Pessoa scriveva: ”La Natura è parti senza un tutto. Questo è forse il mistero di cui parlano. Questo è ciò che, senza pensare né fermarmi, ho intuito dovesse essere la verità che tutti cercano di trovare e non trovano, e che solo io, proprio perché non l’ho cercata, ho trovato”.
Mi chiamo Stefano Iaderosa, sono nato a Venezia il 19 settembre 1987.
Mi sono laureato in Architettura per la Conservazione presso l’Università IUAV di Venezia.
Il disegno è sempre stato il mio primo linguaggio: un gesto spontaneo, necessario, che mi accompagna fin da bambino. Ho sviluppato la mia tecnica in modo autodidatta, seguendo l’impulso più che la regola.
La mia ricerca visiva è stata plasmata anche dall’energia vibrante degli spazi sociali e occupati della mia città.
In questi contesti ho collaborato con attivist*, collettivi, graffiti writer e tatuatori — esperienze che hanno fortemente influenzato il mio linguaggio.
Post Covid, nel 2021 ho partecipato al concorso “Artefici del nostro tempo” promosso dalla Biennale di Venezia - Padiglione Venezia, e la mia opera ”in girum imus nocte et consumimur igni” è stata selezionata tra le dieci finaliste. Il titolo era un voluto richiamo all’opera di Guy Debord e al pensiero situazionista.
Nel 2025 ho deciso di dipingere con maggiore determinazione, iniziando quello che definisco il ”ciclo figurativo dei Canidi”.
Alcune opere di questa serie hanno ottenuto due riconoscimenti significativi: l’Attestato di Partecipazione con merito al Premio Mestre di Pittura (nel 2025 e nel 2026), il Diploma di Merito come semifinalista al Premio Arte di Cairo Editore, e Attestato di Partecipazione con merito al Luxembourg Art Prize.
Ogni pezzo è un mosaico di frammenti spezzati: canidi immaginifici, volti che si dissolvono in geometrie astratte, arti intrecciati a segni codificati, creature surreali che popolano un caos coerente.
C’è un ritmo da street art nelle mie composizioni — eredità della mia formazione visiva urbana — ma la densità e il dettaglio di ogni opera chiedono allo spettatore di rallentare e guardare più a fondo.
Non parto mai da uno schizzo. Ogni dipinto è pura improvvisazione, guidata dal ritmo del pennello e dalle risposte istintive del momento. C’è qualcosa di performativo in questo: la pittura diventa un dialogo in trance tra me e il medium, dove il controllo lascia spazio alla libertà.
Ogni pezzo diventa una mappa psichica del momento in cui è stato creato — una registrazione di intuizione e abbandono.
In un’epoca saturata di “iperrealismo prêt-à-porter”, spesso prodotto da intelligenze artificiali con dettagli impeccabili, io scelgo deliberatamente di tornare alla linea primitiva e infantile.
Non è ingenuità — è resistenza. È un rifiuto consapevole della perfezione digitale, una celebrazione dell’imperfetto, dello spontaneo, del vulnerabile. Credo che la linea non levigata, quella che trema, si ripete o disobbedisce, contenga più umanità di qualsiasi precisione renderizzata.
In un mondo di omologazione algoritmica, il segno umano deve e può contare ancora.