Descrizione Opera / Biografia
Biografia:
Agnese Oprandi (2000) è un’artista visiva italiana, vive e lavora tra Castione della Presolana (BG) e Bologna.
Nel 2022 consegue un diploma in pittura alla LABA (Brescia) e attualmente è iscritta al biennio di pittura in Accademia di belle arti Bologna.
Il suo lavoro si ispira agli elementi caratteristici del cinema di prossimità, combinandoli con ibridazioni installative e performative. La sua ricerca si focalizza sulla situazione sociale delle nuove generazioni, sul concetto di trauma e sulla creazione di una comunicazione empatica.
Agnese analizza le sensazioni intangibili comuni in questi stati di malessere, traducendole nelle sue opere attraverso l’utilizzo di mezzi non convenzionali di ripresa, sperimentazione visiva e il concetto di elemento mancante.
La sua ricerca ha ricevuto una menzione speciale tra i finalisti del Premio Combat (Livorno, 2025), ed il suo lavoro è stato presentato in numerose mostre collettive tra cui The image thinking a Galleria studio G7 (Bologna, 2025) Le spiegazioni che ci danno sono tutte un po’ incerte a Kappanoun (Bologna, 2025) Vivere senza Luce e Romentarek a Sirene wave movie (Milano, 2024). Attualmente è impegnata nel collettivo Gelateria sogni di Ghiaccio di Bologna.
Descrizione:
Questo lavoro è il culmine di un’intensa ricerca sul concetto di casa come luogo fisico e mentale, sulla nostalgia e sull’abbandono della provincia.
Le fotografie sono la restituzione fisica di una performance che ho intrapreso ad aprile di quest’anno. Provengo da un piccolo paese montano; la mia casa è posta su un monte che, in modo molto banale, si chiama Mut de Ca (Monte Casa, in bergamasco). Dalle mie finestre la vista è sulle montagne circostanti: oltre la depressione della vallata si innalza, opposto, il monte Varro.
Sempre presente nella mia vista, questo monte era per me irraggiungibile, avendo provato più volte a salirci senza risultato. Come azione ispirata ai lavori del ”corpo ecologico” di Gina Pane, decido di intraprendere una performance: partendo dalla porta di casa mia, raggiungo la vetta del Varro a piedi.
Il monte Varro non presenta case, a differenza del mio monte. I ”sentieri” presenti non sono segnalati, non sono battuti spesso da umani; sono per lo più segni scavati dallo scorrere dell’acqua. Ripidi, ghiaiosi e incolti. Proprio come uscire dalla casa d’infanzia verso una nuova meta, si abbandona il sentiero battuto per uno incerto.
Ho passato la mia vita sul Monte Casa; l’ho sempre vissuto dall’interno senza mai vederne l’interezza. La cosa più importante di questo lavoro è il percorso: l’abbandono della provincia, con le sue mancanze, per una nuova destinazione. La fatica diventa elemento fondante di questa scalata e l’assenza del sentiero rende la salita ardua. L’apice fisico e mentale è, finalmente, la vista dalla cima: finire l’ascesa e vedere il proprio luogo di nascita da un punto di vista del tutto nuovo.
Questa vetta inesplorata racchiude l’idea del potenziale irraggiungibile, il viaggio, il futuro incerto. Il nuovo orizzonte è il ribaltamento della visione di ”casa”. Essa viene qui intesa come un concetto stratificato, che supera la dimensione abitativa per assumere una valenza psicologica e identitaria.
La performance si traduce concretamente in due fotografie: Monte Varro visto da Monte Casa all’inizio della performance e Monte Casa visto da Monte Varro al termine della salita. Estrema sintesi del viaggio. Lo strumento utilizzato è una macchina fotografica analogica donatami da mia madre e il rullino scelto è un infrarossi, che vede un range al di fuori della nostra capacità e riporta un bianco e nero definito e quasi magico, sfalsando il vero valore di alcuni colori.
Queste sono poi state riportate usando una particolare stampa UV a vivo su delle federe di cuscino appartenenti a mia nonna. Il tessuto è delicato e i bordi attentemente ricamati, preziosi. La valenza della memoria, della quotidianità e del nucleo sono forti. La decisione di usare questi guanciali serve a rappresentare la casa e la destinazione come un luogo dove si appoggia la testa: uno stato mentale che non smette di essere anche fisico. Questo lavoro vuole essere un connubio di identità terrena e desiderio. Perciò, quest’opera è l’apoteosi della nostalgia, della discesa e della salita, del viaggio e del ritorno.